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Francesco Penco Fotografo

18 novembre 2013

Layout 1Ospite della serata  Claudio Erné, fotografo e studioso della fotografia, firma storica del quotidiano cittadino “Il Piccolo”,  accompagnato dalla Dott.ssa Elisa Vecchione, ricercatrice presso la Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte del Comune di Trieste.

La dott.ssa Elisa Vecchione  ha illustrato l’attività della Fototeca, il cui patrimonio di archivi fotografici donati o acquistati sia singolarmente sia da collezioni  più specificatamente museali, è a disposizione di chiunque abbia interesse.   A questo nucleo si affiancano gli archivi delle agenzie fotografiche: Giornalfoto, De Rota, Omnia di Ugo Borsatti e il Fondo USIS, donato a più riprese dalla Sala di pubblica lettura organizzata nell’immediato dopoguerra dal Governo militare alleato.
L’archivio Giornalfoto fu acquistato nel 1994 dal Comune di Trieste, con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia, gli archivi De Rota e Omnia sono di proprietà della FondazioneCRTrieste, in deposito per la valorizzazione e la consultazione.   Il catalogo è consultabile on line sul sito e visionabile in sede.

Claudio Erné ha quindi introdotto la figura del fotografo Francesco Penco, nato a Trieste il 10 aprile 1871 e  morto il 29 dicembre 1950, del quale ripercorre la vita personale e professionale, sottolineando la grande abilità tecnica e  sorprendenti qualità di fotoreporter, capace di cogliere nell’immagine  il “momento” che diviene documento e registrazione del fatto,  anche a rischio della propria incolumità fisica, come nelle foto scattate durante il periodo del Governo Militare Alleato.
Molte delle foto proiettate derivano dall’archivio di negativi che Claudio Erné ha personalmente recuperato dall’abbandono e dalla dispersione con una appasionata e premurosa ricerca che continua ancora oggi.

Per chi volesse approfondire la vita e le opere di Francesco Penco sono disponibili in libreria oppure sul sito della casa editrice Comunicarte Edizioni i seguenti libri:

Segnaliamo  infine la mostra “CANTIERI E CANTIERINI” a cura di Claudio Ernè ed Enzo Gomba dal 14 novembre al 12 dicembre al Museo d’Arte Moderna “UGO CARÀ” ,  via Roma, 9 a Muggia (Trieste).  L’ingresso è libero, dal dal martedì al venerdì con orario 17-19,  il sabato 10-12 e 17-19 e la domenica 10-12.  Lunedì chiuso.

“Cinquant’anni separano le fotografi e realizzate da Francesco Penco e da Ermanno Comar, il nucleo centrale di questa mostra. Quelle del Cantiere San Rocco sono state scattate e stampate tra il 1912 e il 1919, mentre le altre – tutte realizzate all’interno dell’Arsenale – risalgono agli Anni 60 e 70. Balza immediatamente agli occhi la grande differenza. Francesco Penco ha puntato il suo obiettivo sugli scafi , sugli scali, sulle gru e sull’avanzamento delle costruzioni.  Ermanno Comar ha invece guardato al gesto dell’uomo, alla sua fatica. Ma non basta. Le foto di Francesco Penco sono state stampate in modo morbido su carta poi virata verso il color seppia. Non esistono neri profondi o bianchi squillanti, perché questo era lo stile imperante all’inizio dello scorso secolo nella fotografi a professionale. Ermanno Comar, ha adottato lo stile di stampa che teneva banco negli Anni 60 e 70, contrassegnati dagli alti contrasti, dalla compressione della scala dei grigi, direttamente collegati ai piccoli formati dei negativi di mezzo secolo fa. (c.e.)

Francesco Penco Fotografo di Claudio Erné

Minacciose corazzate, slanciati transatlantici, motori diesel alti come cattedrali, turbine, giroscopi, marinai, quadri elettrici, piccole navi a vapore per il cabotaggio costiero.
Francesco Penco ha puntato l’obiettivo delle sue fotocamere su ognuno di questi soggetti e lo ha fatto per quasi 50 anni dal 1902 al 1950 nell’ambito della sua multiforme attività di reporter. L’autore di queste immagini del cantiere San Rocco non è stato solo un fotografo navale, come non è stato un ritrattista, un creatore di immagini d’architettura o un fotografo “industriale” in senso stretto. E’ stato tutto questo e anche altro: ad esempio un testimone della Storia di queste terre, un fotografo in prima linea durante lo sciopero dei fuochisti del Lloyd, finito in tragedia nel 1902 con decine di morti; ma anche un “cronista” di vaglia quando col suo obiettivo raccontò per immagini il funerale di Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia, gli eredi al trono imperiale, assassinati a Sarajevo nel luglio 1914 e trasferiti a Trieste a bordo della corazzata Viribus Unitis. Francesco Penco ha fotografato inoltre le grandi distruzioni di Citta vecchia negli Anni Trenta, i bombardamenti subiti da Trieste e Monfalcone durante la guerra e l’arrivo delle truppe del maresciallo Tito assieme a quelle dell’Ottava Armata britannica.
Ma le navi, grandi o piccole, dipinte di bianco, di grigio o di nero, gli hanno permesso di calcare per quasi mezzo secolo la ribalta mondiale. Alcune sue immagini del transatlantico Conte Grande così come quelle del piroscafo Helouan, sono state pubblicate tra le due guerre sulle pagine patinate di riviste prestigiose come quelle del Touring Club,- le Vie d’Italia del luglio 1928 – accanto a quelle realizzate dai fuoriclasse della Byron Company di New York e dello studio Agosto di Genova. Va aggiunto che nel 1932, quando aveva ormai superato i 60 anni di età, Francesco Penco si era arrampicato con la sua pesante fotocamera a lastre fino alla sommità dell’albero maestro del transatlantico Conte di Savoia e aveva scattato un’immagine memorabile, area, elegantissima. Gran parte dello scafo dell’enorme nave era entrato nel campo del suo grandangolo, assieme alle onde create dalla prua in movimento e al fumo leggero che usciva dai due fumaioli. Per comprendere quale fosse all’epoca di Penco l’attività dei fotografi navali è utile prendere in esame quanto ha scritto lo storico navale Maurizio Eliseo.

L’unica testimonianza completa di come funzionava la fotografia a bordo dei transatlantici viene dal diario di Oscar Rainato. Le società di navigazione offrivano il servizio incaricando alcuni studi fotografici di fama che a loro volta mettevano sotto contratto i professionisti dell’obiettivo destinati a salire a bordo. In sintesi appalto e subappalto. Di solito su un transatlantico lavoravano un fotografo, un assistente e un operatore anche se le loro mansioni si sovrapponevano e intrecciavano. Il fotografo non scattava solo le immagini, ma anche esponeva i “provini” perché i passeggeri ordinassero le foto di loro gradimento; stampava con l’ingranditore e raccoglieva le più significative immagini del viaggio in un album. Tutto finiva poi sul tavolo dell’armatore e del suo ufficio di pubbliche relazioni.

A Trieste il servizio per il Lloyd Triestino e per la Cosulich lo svolgevano gli studi di Ruggero e Arduino Pozzar e in parte gli operatori di Erminio Mioni. Dei tanti fotografi che lavoravano sulle navi passeggeri si ricorda poco più del nome: Domenico Tagliapietra, per anni fotografo della Vulcania, o Stefano Piola, impegnato fin dal viaggio inaugurale a bordo dell’Oceania. Le immagini più belle venivano ristampate a terra in formato 24×30 centimetri. Sul loro retro il timbro riporta “stampata dalla ditta Pozzar”, ma non vi compare mai il nome del vero autore che assieme al negativo aveva venduto allo stampatore anche la paternità dell’immagine.

Accanto ai fotografi di bordo, vi erano poi altre due specializzazioni nel mondo della nave: documentare gli stati di avanzamento della costruzione e realizzare il ritratto ufficiale del transatlantico per la pubblicità da inviare alle agenzie di viaggio e giornali. Di quanto importante fosse il servizio fotografico sulla costruzione della nave, basta citare il fatto che fino agli Anni Cinquanta si spendevano somme rilevanti per riverniciarle in tinte distinguibili nelle immagini in bianco e nero. Ad esempio l’opera morta della Saturnia era stata ridipinta di bianco, dal momento che il rosso del minio diventava nero-pece nelle foto in bianco e nero. In questo modo le grandi lastre usate da Giovanni Cividini e Mario Circovich potevano riprodurre al meglio le lamiere chiodate e incurvate dello scafo. Tra i migliori fotografi triestini impegnati nei cantieri va citato Carlo Wernigg a cui tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso i CRDA – Cantieri riuniti dell’Adriatico avevano affidato l’incarico di documentare il progressivo avanzamento dei lavori della Victoria e del Conte di Savoia. Per consentire la ripresa delle diverse fasi della costruzione, i fotografi costretti com’erano dalle emulsioni a usare tempi lunghi di otturazione, facevano fermare il lavoro e gli operai venivano ‘bloccati’ in posa.

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