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La letteratura Triestina

1 marzo 2018
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            Irene Visintini 

Irene Visintini ci ha accompagnato lungo un itinerario virtuale della letteratura triestina attraverso gli scrittori più rappresentativi della nostra città,  nel contesto di un’epoca che segna il passaggio dalla dominazione austriaca all’annessione all’Italia fino ai giorni nostri.

 

Di seguito il testo della conferenza.                                                                (allegato in pdf) 

LA LETTERATURA TRIESTINA  di   IRENE  VISINTINI

Desidero ripercorrere, in questo gradito incontro con i miei consoci del Lions Club Trieste San Giusto, quanto ho evidenziato nei miei scritti sulla letteratura triestina, tenendo presenti anche le osservazioni e le pagine saggistiche di noti studiosi di tale argomento.

“Trieste la puoi raccontare … saltellando tra il mito della Mitteleuropa e la nostalgia per l’Austria Felix. Cercando come un cane da tartufo le tracce lasciate dai suoi grandi scrittori: Italo Svevo, Scipio Slataper e Virgilio Giotti, Giani Stuparich e James Joyce” … Così si è espresso il giovane, ma oggi ben conosciuto autore triestino Mauro Covacich che ha ricostruito l’identikit aggiornato,

diverso da quello del passato, di Trieste e della sua immagine. Mentre Carla Galinetto, studiosa dell’ultima generazione, precocemente scomparsa, ha fatto trasparire, in filigrana, la molteplice e contraddittoria fisionomia della Trieste postmoderna degli anni Novanta, attraverso quella sensazione di irrealtà propria della città, che già si rilevava in un tempo lontano, all’inizio dell’800.

“Città mitteleuropea, cosmopolita ed internazionale, città italiana di confine, provincia slava; in nessuna di queste connotazioni trova la sua identità, rimanendo una città hinternazional – scrive la Galinetto – … Lo scenario della città-porto asburgica, aperta sugli scenari sfumati del mare, spinge i triestini ad oltrepassare il confine geografico della città, per iniziare una sorta di fuga nel mondo; una lunga odissea alla ricerca di un centro unificatore, capace di ordinare i frammenti delle mille culture triestine. Si tratta di una fuga reale o – tipico è il caso di I. Svevo e di altri scrittori – di una fuga trasfigurata nella scrittura. Non è mai evasione,  ma inquietante condizione di vita che fa dei triestini tanti misteriosi viaggiatori sul palcoscenico della storia moderna o tanti scrittori che tentano di fermare la loro fragile identità di frontiera sulla carta di un libro.

Storia e mito continuano, dunque, ancor oggi a intrecciarsi a Trieste – come ho più volte scritto e rilevato – in questa città di frontiera, nella sua identità complessa, nella sua particolare koiné religiosa, etnica e culturale, intersecata e vivificata da lingue, dialetti e religioni diverse. La realtà e la vocazione plurinazionale di Trieste, città diversa dalle altre, la pluralità della sua anima, crogiolo di culture,  merita,  secondo me, di essere ancora analizzata nei suoi principali periodi, aspetti, personaggi maggiori e minori, soprattutto in quelli poco conosciuti.

All’inizio del nuovo millennio, nonostante la caduta di confini e barriere, c’è ancora da scavare nella sofferta complessità culturale della Trieste moderna, e in genere di tutta la letteratura giuliana (che comprende oggi, oltre alla letteratura triestina, quella goriziana, quella gradese  e quella ‘bisiaca’ – da Monfalcone alle foci dell’Isonzo – e le  culture minoritarie di frontiera).

E’ necessario, quindi, analizzare la letteratura triestina anche attraverso i suoi autori, la lenta trasformazione della  sua etica e del suo immaginario, il suo diverso modo di elaborare il caos contemporaneo; ma anche approfondire e focalizzare le sue nuove  aperture nei confronti della  letteratura delle minoranze (quella slovena a Trieste e quella italiana in Istria, Fiume e Dalmazia) ed europea.

Ricordiamo ora, in particolare, la genesi, la nascita della letteratura triestina: possiamo evidenziare i caratteri, i motivi, i vari aspetti della letteratura triestina dall’inizio del ‘900 in poi, seguendole tracce di alcuni saggisti, in particolare di Bruno Maier, uno dei più grandi cultori della cultura triestina.

Egli dà ampio rilievo a Scipio Slataper, che già nei primi anni del secolo scorso scriveva:

“Trieste è posto di transizione – geografica, storica, di cultura, di commercio – cioè di lotta. Ogni cosa è duplice o triplice a Trieste, cominciando dalla flora e finendo con l’etnicità.”

E ancora:

“Trieste… Ma dove la vita è uno strazio così terribile di forze opposte e aneliti e crudeli lotte e abbandoni?… Questa è Trieste. Composta di tragedia. Qualche cosa che ottiene col sacrificio della vita limpida una sua originalità d’affanno. Bisogna sacrificare la pace per esprimerla. Ma esprimerla… Trieste ha un tipo triestino: deve volere un’arte triestina. Che ricrei con la gioia dell’espressione chiara  questa convulsa e affannosa vita nostra”.

Queste riflessioni – secondo altri studiosi, in particolare Maier, – sembrano esprimere  “l’intero programma o il «manifesto» della letteratura triestina del Novecento; ed è noto quanto il medesimo Slataper abbia contribuito con la sua opera e il suo esempio, insieme con il «precursore» Italo Svevo e con un gruppo di poeti e scrittori fra loro per più ragioni affini – Umberto Saba, Virgilio Giotti, Giani Stuparich, Pier Antonio Quarantotti Gambini e Biagio Marin, in primo luogo –, a realizzare quel programma, a dare un contenuto a quel manifesto”.

Anche il critico Pancrazi, già negli anni Trenta, fa una caratterizzazione di motivi, aspetti, caratteristiche che accomunano gli scrittori triestini del Novecento:

“Mi pare proprio – evidenzia lo studioso – si possa affermare che esiste oggi una letteratura triestina. Non si pecca di rettorica o di regionalismo dicendo che, negli ultimi trent’anni si è rivelata a Trieste una famiglia di scrittori, poeti e prosatori, diversi ma in qualche modo consanguinei, intonati tra di loro… chi nomina il Michelstaedter, lo Slataper, il Saba, il Giotti, lo Svevo, il Cantoni, Carlo e Giani Stuparich…, sente che tra costoro una parentela c’è; difficilmente se ne nomina uno, senza pensare ad altri… in tutti questi scrittori è avvertibile una certa laboriosità del linguaggio; come tutti i non toscani (ma anche i toscani…) i triestini devono conquistarsi, sul loro dialetto, la lingua scritta. Queste ed altre resterebbero tuttavia affinità apparenti, se tra gli scrittori triestini non corresse comune una vena più intima, una parentela piú vera. Dov’è? Comune a tutti, più che la tradizione italiana non porti, è in questi scrittori l’assillo morale… Questi scrittori di lingua, di cultura e spesso di sangue misto, sono spesso intenti a scoprirsi, a definirsi, a cercare il loro punto fermo; ma quasi col presupposto di non trovarlo; come chi faccia della ricerca non il mezzo, ma addirittura il fine dei suo cercare. E questi scrittori sempre in fieri, inventori di «problemi», e romantici a vita, hanno pure avuto e continuano ad avere il loro compito in una letteratura come la nostra che spesso scambia la rettorica per classicismo e l’inerzia per nobiltà .”

Viene rilevato, così, da tutti i critici il problematismo, la tendenza analitica e introspettiva degli autori triestini, già presente nel precursore Italo Svevo, la conquista del linguaggio come un problema di non facile soluzione, la ricerca dell’originalità e la ricerca di scambi e rapporti con la cultura europea, precorrendo in ciò la cultura italiana. Per ciò che riguarda il linguaggio, Svevo, per esempio, aveva coscienza della sua non sempre soddisfacente «linguetta», come spesso affermava, rammaricandosi di non aver potuto fare, negli anni giovanili, un soggiorno a Firenze… ed evidenziava  di aver eliminato “quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura” mentre Slataper, a proposito della condizione umana e artistica dello scrittore, così si esprimeva:

“Io non posso dimenticare queste cose essenziali della mia natura: prima di tutto sono uomo. Poi sono poeta (e non letterato). Poi sono triestino (cioè senza tradizione letteraria, ma devo fare tutto da me, e sopra un materiale storico e etnico molto più intenso che per lo più)”.

L’arte è per lui, dunque, superamento della letterarietà, della “falsità del sentimento”; anche Svevo e altri autori triestini cercano di allontanarsi dalle insidie della retorica, ricercando invece la sincerità e l’autenticità del sentimento.

Ci fu, d’altra parte, una reciproca influenza tra i triestini e i Vociani a Firenze, tesi alla ricerca di moralità e antiletteratura.  Il movimento vociano,  promosso – come scrive Maier – “dalla coraggiosa rivista fondata nel 1908 dal Prezzolini (di cui lo Slataper stesso fu per un certo tempo direttore e cui furono vicini altri nostri autori allora residenti a Firenze, come Carlo e Giani Stuparich, Biagio Marin, Alberto Spaini, Guido Devescovi, e, a una certa distanza, il Saba e il Glotti), si faceva assertore e banditore; di una nuova letteratura, …. capace di aderire intimamente alla viva e concreta realtà storica della nazione.”

L’autobiografismo, l’impietoso esame di coscienza prevalgono o sono in antitesi con l’eleganza espressiva; la verità, la confessione si oppongono a una generica armonia letteraria.

Naturalmente tutti questi caratteri, aspetti, motivi sono presenti in vario modo negli autori triestini che operano nel Novecento. Qualche critico italiano, come Pampaloni, evidenziò che per i triestini “scrivere equivale a vivere”.

Nel corso del Novecento, salirono sulla ribalta della storia letteraria della nostra città,  nuove generazioni di scrittori triestini e giuliani, ai quali se ne aggiunsero altri provenienti dall’ Istria e dalla Dalmazia, vissuti a lungo a Trieste e in Italia. Impossibile, data la mancanza di tempo, tracciarne ora i profili critici. Ricorderò qualche nome. Ad esempio Giulio Camber Barni,  i due Voghera, il grandissimo poeta Umberto Saba, il noto scrittore istriano Pier Antonio Quarantotti Gambini, Guido Sambo, il giornalista politologo Enzo Bettiza, Renzo Rosso, Marcello Fraulini, Aurelia Gruber Benco,  le poetesse Lina Galli, Mariuccia Coretti, Kitty Daneo, Stelio Mattioni, il  goriziano Paolo Maurensig il poeta Carolus Cergoly che, con il suo mondo austro-ungarico, rientra nella triestinità mitteleuropea. Silvio Domini, fine poeta in lingua bisiaca, il grande Biagio Marin con la sua sconfinata produzione, noto per l’uso sensibile della sua lingua d’arte particolare, ossia il dialetto gradese..

E poi Claudio Magris, germanista e saggista tradotto in varie lingue, l’istriano Fulvio Tomizza, che partendo da problematiche di «confine», ha ampliato i suoi orizzonti alla Mitteleuropa, Stelio Mattioni, originale autore di storie interiori, saggisti e autori come Bruno Maier e Manlio Cecovini, ecc.

Con l’andare del tempo, e soprattutto nel secondo dopoguerra – come disse Montale – “il vento era mutato” e “la letteratura triestina cominciò ad avere una sua ben distinta e riconoscibile voce e un suo peso nell’ambito della letteratura nazionale, acquistando un suo specifico, particolare e originale rilievo”.

La produzione letteraria triestina è stata, dunque, nel corso del secolo scorso, molto ampia e complessa: non è possibile, come ho accennato, tracciarne un panorama completo. Mi limiterò, quindi, a soffermarmi – col metodo del prelevamento dei campioni – soltanto su qualche aspetto poco conosciuto o quasi sconosciuto di autori di grande, o grandissimo rilievo e di altri meno noti, ma pur meritevoli di essere ricordati.  Insomma una dolorosa scelta,  nel “mare magnum” di testi, romanzi, di opere poetiche, saggistiche, ecc.

In questo contesto  può essere interessante, per esempio, analizzare i rapporti tra un testo narrativo di ITALO SVEVO, ossia il suo secondo grande romanzo, “Senilità” e le arti figurative, ossia i quadri del suo fraterno amico pittore Umberto Veruda, prematuramente scomparso all’inizio del Novecento.

Dal punto di vista umano, ha ben definito i due personaggi Letizia Svevo Fonda Savio, l’unica figlia del grande scrittore triestino che ho avuto il privilegio di conoscere durante l’elaborazione della mia tesi sul rapporto epistolare dei suoi genitori:

“Mio padre era un po’ goffo e impacciato e vestiva sempre di grigio, sobriamente, come si addiceva a un impiegato di banca, prima, a un dirigente della ditta Veneziani, poi, mentre Veruda era un perfetto dandy, vestiva all’ultima moda secondo l’uso francese e indossando spesso abiti di colori insoliti e di fogge strane. Ricordo che, bambina, durante un carnevale, vidi passare per le strade di Trieste un carro mascherato tutto a scacchi bianchi e neri: era di Veruda.  Lui, deciso e stravagante come sempre, per completare l’insieme aveva dipinto a scacchi il cavallo, il cocchiere e se stesso.”

…”Ma nel campo artistico… erano affini – approfondisce la figlia di Svevo – in quanto entrambi antiaccademici… Veruda aspirava a una pittura nuova, che fosse la negazione del realismo, talora banale, fiaccamente illustrativo del secondo Ottocento, seguiva I “secessionistici” di Monaco e Vienna e gli impressionisti francesi e realizzava una propria pittura in cui dominavano il colore e la luce, dissolvendo la rigidità della forma: una pittura che portava una ventata d’aria nuova negli ambienti artistici triestini.

Un simile programma d’arte era assai vicino a quello perseguito in letteratura da mio padre: il quale, oltre e più che alla letteratura italiana, guardava alle novità d’oltralpe e fu, sin dalla pubblicazione di “Una vita”, uno scrittore europeo (e mitteleuropeo).”

Da ricordare che i due personaggi si erano conosciuti al Circolo Artistico della loro città. Negli anni successive alla pubblicazione di “Una vita”, Ettore Schmitz cominciò a frequentare il Circolo Artistico, che annoverava, tra i suoi soci, alcuni prestigiosi rappresentanti dell’ élite  politica, culturale ed economica triestina (il violoncellista Piacezzi, Giuseppe Schollian, nella cui galleria Veruda espose molti suoi quadri, il barone Currò, l’industriale Segrè, ecc.).

Ma tornando al rapporto pittura-letteratura, vorrei ricordare, in particolare, un quadro di Veruda del 1893, dal titolo “Ritratto di ragazza”.  E’ il ritratto sensuale di una ragazza dai capelli biondi, sciolti, dagli occhi azzurri, dal volto pieno di vita, di luce, di colore, una figura presentata con naturalezza; più in basso i tratti sono sfumati, capelli e vestito sembrano amalgamarsi. Ma chi è il personaggio raffigurato? Potrebbe essere Giuseppina-Angiolina, personaggio di “Senilità”? Non si sa. Almeno cronologicamente è ipotizzabile. Sappiamo che Svevo raffigura nelle sue pagine alcune figure riprese dal reale; per esempio lo scultore Balli, personaggio di Senilità, è ispirato allo stesso Veruda, mentre in Angiolina, la protagonista femminile dello stesso romanzo, era stata trasfigurato, secondo la testimonianza di Letizia Svevo Fonda Savio, il ritratto fisico e psicologico di Giuseppina Zergol, una giovane popolana, amante dello stesso Svevo, prima del suo incontro con la futura moglie Livia Veneziani.

Ed è proprio Angiolina a dare un timbre particolare alla scrittura sveviana di “Senilità”, ad apparire in tutta la sua bellezza, negli splendidi sfondi paesistici di Trieste.

“Il vestito bianco, che esagerava il figurino d’allora, la vita strettissima, le maniche allargate, quasi palloni rigonfi, domandava l’occhiata, era stato fatto per conquistarla. La testa usciva da tutto quell bianco, non oscurata da esso, ma rilevata nella sua luce gialla e sfacciatamente rosea, alle labbra una sottile striscia di sangue rosso che gridava sui denti…Il sole le scherzava nei riccioli biondi, li indorava e incipriava…”.

Vorrei ricordare che anche alcuni quadri di Veruda sono ricchi di spunti anche per quanto riguarda l’abbigliamento femminile di allora.

Colpisce qualche aspetto nuovo della narrative sveviana nel suo secondo romanzo.

Si può intravvedere come Svevo abbia saputo esprimere nella stesura di alcune parti di “Senilità” i vivi colori di Veruda e la sua aspirazione a una pittura nuova, non irrigidita, ispirata a luminosità e colore, a testimonianza dell’ interessante e originale osmosi e intercambiabilità tra le arti figurative e l’ attività narrativa nella Trieste di fine Ottocento.

GIANI  STUPARICH  fu – come è noto – medaglia d’oro al valor militare, notissimo autore di romanzi, ricordi, diari ecc. ispirati alla prima Guerra Mondiale. Ricorderò soltanto brevemente una sua opera poco conosciuta, ossia il romanzo “Simone”, pubblicato da Garzanti nel 1953, poco prima della morte. Un libro che ci offre un’immagine meno stereotipata, meno monolitica, un’immagine più umana e rispondente alla realtà dello scrittore triestino.  Un romanzo ispirato ad apocalittiche profezie per il futuro,  insieme all’insanabile sgomento esistenziale e storico per le violenze di totalitarismi di vario tipo. In queste originali pagine narrative la civiltà umana è ormai morente, sta per estinguersi, ci sono pochi uomini superstiti: ad essi si contrappone una nuova misteriosa stirpe robotica, composta da dominatori astrali. Nuovi conquistatori della terra, insomma, che hanno rinchiuso in una specie di lager o “museo” i pochi uomini sopravvissuti, personificazioni di valori umani in estinzione.

Tra di essi l’io narrante, Simone, protagonista del romanzo, che ricostruisce attraverso un’indagine realistica, la propria complessa esistenza di noto scrittore e importante uomo politico, responsabile delle gravissime vicende che hanno portato alla quasi completa estinzione della terra e dell’umanità.

Come è noto  CLAUDIO MAGRIS,  il nostro grandissimo romanziere, saggista conosciuto a livello nazionale e internazionale, illustre accademico, editorialista, vincitore del premio Strega e di infiniti altri riconoscimenti, ha saputo suggestivamente ricostruire, attraverso gli infiniti luoghi visitati e rivisitati di “Danubio”, di “Microcosmi” e di tante altre opere, la grande civiltà dell’Europa centrale e la sua storia. Vorrei soffermarmi, per un istante, su un suo volume particolarmente denso e intenso “Alla cieca”, libro lucido e anticonformista, spietato e distruttivo, eppur salvifico, per certi aspetti, in cui Magris ripercorre il passato per approdare a un presente di declino e a un futuro senza illusioni, da cui traspare, però, qualche estrema via di fuga. In questa stratificata opera compaiono agghiaccianti storie di frontiera, legate al nostro confine orientale, odissee di individui e di popoli e quelle dei suoi originali protagonisti – cloni, errabondi per il mondo, esiliati dalla vita, perseguitati, violentati, massacrati nella loro ossessiva ricerca di ideali perduti, di fedi infrante, eppur sempre dignitosamente umani. Ironia, storia, mito, negatività, grottesca crudeltà, ma anche valori come speranza e libertà si intrecciano, in una scrittura sveviana e joyciana, nelle vicende dell’avventuriero ottocentesco Jorgen Jorgensen, risibile ed effimero re della Tasmania, e in quelle dei suoi cloni, tra cui Salvatore Cippico (o Cipiko o Cippiko), un esiliato, uno sradicato del Novecento, capace, però, di subordinare il proprio destino al bene degli altri.

Nella seconda metà del Novecento la nostra letteratura di frontiera si arricchisce di notevoli poliedrici personaggi e delle loro opere. Al concetto di convivenza pacifica tra popoli diversi, italiano, slavo e tedesco si ispirano, per esempio, i romanzi di RENATO FERRARI, che focalizza, soprattutto nel “Gelso dei Fabiani” il carattere sovranazionale, multietnico e plurilinguistico dell’impero asburgico che governò – come è noto – fino al 1918 nelle nostre terre.

Molti i nostri poeti di elevato spessore: ricorderò, data la mancanza di tempo, solo il nostro maggiore poeta vivente in dialetto triestino CLAUDIO GRISANCICH.  La sua parola in dialetto, divenuta raffinata lingua poetica, crea immagini di incisive plasticità che lo avvicinano al grandissimo VIRGILIO GIOTTI, facendo di Grisancich il suo erede. Nella sua poesia egli evidenzia non solo la sua vita personale, ma anche la vita collettiva della sua città, espressa in una scrittura tesa a conservare la nostra cultura e il nostro linguaggio e a cogliere, negli strati più recondite del nostro vernacolo, l’autenticità di un tempo e la triestinità nella sua complessa fenomenologia.

Importante è la componente ebraica della letteratura triestina: una sua “icona” di primaria importanza è indubbiamente GIORGIO VOGHERA, dotato di capacità creativa e alto spessore etico e memoriale, che ha saputo testimoniare un mondo umano e morale, intellettuale e letterario oggi quasi estinto. Lucida memoria dell’epoca d’oro della storia culturale della nostra città, vissuto all’epoca di Umberto Saba, Edoardo Weiss, Giorgio Fano, Roberto Bazlen, egli si è formato in un “laboratorio di scrittura”, di cui facevano parte anche i Luzzatto, i Gridelli, i Fano ecc. E’ figlio di Guido Voghera, a lui legato non soltanto dallo stretto vincolo di parentela, ma anche da un rapporto più profondo che ha investito l’importante opera narrativa “Il segreto” dell’Anonimo Triestino, uscito nel 1961. Un’opera, come ha testimoniato più volte nei suoi scritti Bruno Maier, che ha dato luogo a una vera e propria “caccia all’autore” che dura ancor oggi, nonostante le dichiarazioni di Giorgio che attribuiva il libro al padre, pur chiarendo l’immedesimazione che si era venuta a creare tra loro due e l’uso dei suoi diari.

Accanto a Voghera, almeno un breve accenno ad ALMA MORPURGO, nata nel 1901 e morta ultracentenaria, sua lontana cugina e scrittrice, testimone della shoah e dei suoi tragici effetti, come la sua fuga e quella della sua famiglia in Cile, ai confine del mondo di fronte allo spettro delle persecuzioni razziali, ampiamente descritte nelle sue opere, tra cui il drammatico “Esilio”.

Moltissime sono le scrittrici e poetesse triestine di elevato spessore: data l’impossibilità di ricordarle tutte, accennerò brevemente soltanto a un’autrice triestina vivente, SUSANNA TAMARO , divenuta un caso editoriale e letterario di fama internazionale, un vero “unicum” per l’enormità delle copie vendute con il suo celeberrimo “Va’ dove ti porta il cuore”. Scrittrice corrosiva e versatile ha saputo affermarsi anche per la sua creatività visionaria e allucinata e le sue incursioni nell’animo umano in una dimensione di favola e fantasia.

Analizzando la letteratura triestina e il suo svolgersi nel tempo è necessario focalizzare  la sua componente importante di letteratura di “confine” e le sue nuove modalità di aperture e di dialogo con altre letterature e scritture come quella della minoranza slovena a Trieste e quella della minoranza italiana presente in Istria, Fiume e Dalmazia.

Tra gli autori istriani residenti a Trieste (scomparso prematuramente nel 1999), il più importante è FULVIO TOMIZZA, grandissimo esponente della letteratura di confine. Egli ha vissuto fino in fondo il dramma della frontiera, cercando con sofferenza la sua identità: scrittore e uomo legato al suo mistilingue paese di campagna, Materada, alla civiltà contadina, i cui problemi e miti si avvertono in tutta la sua narrative, e si è ritrovato a vivere esule in una sorta di “disorientamento” che ben descrive nella “Città di Miriam”.

Ma ha saputo anche, con la sua opera narrative, precorrere l’abbattimento di ogni tipo di barriera, precorrere l’idea di Europa Unita, diventare lui stesso il simbolo della pace e convivenza.

Per concludere questo rapido “excursus” della letteratura tristina, posso riprendere e attualizzare alcune affermazioni del noto saggista Carlo Bo (Milano)  che già nel lontano 1968 offriva un prestigioso riconoscimento alla letteratura triestina:

“Trieste è stata uno dei luoghi santi della letteratura italiana del Novecento… Cominciamo, dunque, col dire che la letteratura triestina ha rappresentato la parte più alta della nostra coscienza… Cultura letteraria nuova, ma anche un diverso modo di intendere e di fare letteratura”…

“La letteratura italiana del Novecento non avrebbe senso, non sarebbe quella che è senza il capitolo degli autori triestini: un capitolo prestigioso che, nonostante le risposte che noi italiani non abbiamo saputo offrirle, resta a tutt’oggi il più robusto e il più vero nel senso e nell’espressione della civiltà europea.”

Irene Visintini è nata e risiede a Trieste. Si è laureata presso la Facoltà di Lettere della sua città con una tesi sul rapporto epistolare tra Italo Svevo e la moglie Livia Veneziani (e altri corrispondenti, amici, scrittori, tra cui Joyce, Montale, ecc…). Ha insegnato in vari istituti di istruzione secondaria; ha tenuto corsi universitari di «Letteratura italiana con particolare riguardo agli autori istriani» presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Pola (Dipartimento di Italianistica). Si dedica all’attività critica, saggistica e pubblicistica, interessandosi della letteratura italiana del Novecento e, in particolare, della letteratura giuliana. Collabora a note riviste e ha pubblicato, tra l’altro, Le lettere a Livia Veneziani a Italo Svevo (Bolzano, 1980), il libro di Studi sveviani 1978 – 1979 (Napoli, Federico & Ardia, 1983), una traduzione settecentesca inedita della tragedia Ecerinis di Alberto Mussato (Roma, Palombi, 1986) e vari saggi e recensioni.
Lavora, da oltre un ventennio, nell’ambito dell’Università Popolare di Trieste, come critico letterario per promuovere e valorizzare la creatività della minoranza italiana in Istria, di Fiume e della Dalmazia. Numerose le sue pubblicazioni su tali argomenti.
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