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“Riflessioni sul futuro che ci attende”

24 gennaio 2019

20190123_225815“Riflessioni sul futuro che ci attende: invecchiamento, nuovi mestieri, sviluppo tecnologico” è il tema trattato dal Magnifico Rettore dell’Università di Trieste, Prof. Maurizio Fermeglia, nostro gradito ospite, nella foto insieme al Presidente Oliva.  Qui trovate le slides della conferenza.

SLIDES

Sul problema dell’invecchiamento della popolazione e della relazione con l’immigrazione,  mi permetto di allegare un capitolo tratto dal libro “5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare)” del sociologo Stefano Allievi, Editori Laterza.

Perché proprio qui? E per fare cosa?

Quanti sono gli immigrati in Italia? Gli stranieri residenti al 1° gennaio 2018, secondo l’ISTAT, l’Istituto nazionale di statistica, sono poco più di 5 milioni (per la precisione, 5.065.000), con una prevalenza – nonostante molti credano il contrario – di donne rispetto agli uomini. I cittadini non comunitari, cioè non facenti parte dell’Unione Europea – quelli a cui si pensa quando si parla di immigrati – sono 3.714.137.
A questi numeri vanno aggiunti gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana: 184.638 cittadini non comunitari nel 2016, con una tendenza che era tuttavia molto inferiore (meno della metà ogni anno) fino al 2012.
E poi bisogna calcolare gli irregolari, la cui stima è per definizione solo indicativa: anche perché molti (soprattutto tra gli sbarcati come richiedenti asilo degli ultimi anni) sono solo transitati dall’Italia, per poi recarsi altrove, nel Centro e Nord Europa. Probabilmente quelli rimasti in Italia sono intorno ai 2/300.000. Una parte di essi sono persone sbarcate negli anni precedenti, la cui richiesta di asilo non è stata accolta; un’altra parte sono persone che erano regolari, ma che non avendo un lavoro regolare hanno perso anche il permesso di soggiorno – potremmo dire che sono il frutto di una legislazione che in certa misura produce irregolarità.
L’Italia si colloca un po’ sopra la media europea della presenza di immigrati, e un po’ sotto i paesi più grandi, comparabili al nostro, come Germania, Gran Bretagna, Francia, ma anche Belgio, Olanda e altri ancora. Parliamo del totale delle presenze, dello stock, come dicono gli statistici. I flussi – cioè gli arrivi annui – sono oggi ridotti a 119.369 (parliamo di sbarchi) nel 2017 (drasticamente calati a 16.000 nei primi sei mesi del 2018), mentre erano 181.436 nel 2016, e 153.842 nel 2015. In netto calo, quindi. E corrispondono all’incirca alla metà rispetto alla media storica degli emigranti italiani: nel secolo tra il 1861 e il 1961 hanno lasciato l’Italia oltre 25 milioni di persone, a un ritmo quindi di 250.000 l’anno, quasi 700 al giorno. Un livello di emigrazione, come abbiamo visto, che stiamo nuovamente raggiungendo proprio in questi ultimi anni.

Per collegarci alla questione demografica, i dati ci dicono che l’Italia nei prossimi vent’anni, per mantenere costante la sua popolazione in età lavorativa (20-64 anni), avrebbe bisogno di un innesto di 325.000 lavoratori l’anno. Naturalmente, si può scegliere di non averlo: in questo caso si avrebbe un calo di lavoratori da 36 a 29 milioni, e un invecchiamento della popolazione, con il passaggio degli anziani con più di 65 anni da 13,3 a 17,8 milioni. Per capirci con un esempio, nelle regioni messe peggio, come il Friuli Venezia Giulia, già dal 2015 per ogni under 15 ci sono due over 65 anni. L’importante è sapere a che cosa si va incontro: per citare una conseguenza spesso sottovalutata, la spesa sanitaria per gli over 75 è otto volte più elevata che per la fascia di popolazione tra 15 e 24 anni. Inoltre gli anziani consumano meno, e fanno girare meno l’economia: il loro aumento sul totale della popolazione ha quindi effetti anche su questo fronte.

Gli occupati stranieri presenti in Italia rappresentano il 10,5% della forza lavoro e producono l’8,9% del PIL italiano (la percentuale è più bassa rispetto alla quantità di forza lavoro perché il loro reddito medio è inferiore di 7.500 euro l’anno rispetto a quello degli italiani, e molti lavorano irregolarmente). In alcuni casi la loro percentuale sul totale della forza lavoro è molto maggiore: il 18,4% nel settore alberghiero e della ristorazione, il 17,4% in quello delle costruzioni, il 16,7% in agricoltura. Parliamo dei residenti regolari: gli irregolari sfuggono per definizione alle classifiche. Se fossero contabilizzati, la percentuale di ricchezza prodotta da stranieri sarebbe ancora più alta.

Quanto alle prestazioni previdenziali e alle pensioni: gli stranieri versano 8 miliardi di euro di contributi sociali all’INPS, e ne ricevono circa 3 miliardi. Con i 5 miliardi di differenza si calcola che si paghino oltre 600.000 pensioni: di italiani.

Si dice spesso che gli immigrati portano via il lavoro agli italiani, perché accettano salari più bassi. In parte è vero, soprattutto tra le professioni più dequalificate e già meno pagate: i cosiddetti ddd jobs (dirty, dangerous and demeaning, ovvero sporchi, pericolosi e umilianti, e soprattutto meno pagati). Ed è un problema serio: anche se alcuni economisti sostengono che in alcuni settori molte imprese, già fragili, se non potessero applicare salari più bassi semplicemente chiuderebbero, e alcune porterebbero la loro produzione in altri paesi. Per la maggior parte dei settori lavorativi tuttavia non è così. In alcuni casi l’arrivo degli stranieri ha addirittura favorito la crescita dei salari degli italiani. È il caso delle donne, soprattutto quelle più istruite, che grazie all’arrivo di colf e badanti straniere hanno potuto entrare o ri-entrare (per esempio dopo una gravidanza) nel mercato del lavoro, o acquisire posizioni migliori con salari più elevati.
Non c’è del resto un rapporto di causa-effetto tra migrazioni in direzioni diverse. Se magicamente gli immigrati in Italia evaporassero, e non ne arrivassero più, gli italiani che partono non partirebbero, o troverebbero lavoro in Italia? A spanne, possiamo dire che forse uno o due su dieci di quelli che vanno via non partirebbe (e sono quelli che fanno lavori meno qualificati, e con livello di istruzione più basso – troverebbero quindi un lavoro, ma a salari modesti): gli altri invece partirebbero comunque. Perché non cercano un lavoro purchessia, ma uno soddisfacente, compatibile con i loro studi, con salari adeguati alla loro preparazione. E il nostro mercato del lavoro, purtroppo, spesso non glielo offre. Non perché c’è l’immigrazione: ma per ragioni più complesse e più profonde. E più difficili da risolvere. Che vengono da lontano, nel tempo, più di quanto gli immigrati vengano da lontano nello spazio.
Ci sono infatti tre fratture, o segmentazioni come le chiamano gli studiosi, nel mercato del lavoro italiano: una normativa, una territoriale e una generazionale, che generano squilibri importanti.
La prima è quella tra lavoro regolare e lavoro irregolare. Alcuni datori di lavoro, anche stranieri, cercano lavoratori non in regola, per spendere meno, e questo è un problema serio: dovuto al fatto che esiste – ed esisteva anche a prescindere dall’immigrazione – un’enorme fetta di economia in nero, che non paga contributi, IVA e tasse, a danno di tutti gli italiani. Gli stranieri sono più portati degli italiani ad accettare questi lavori: quelli che sono irregolari sul piano della residenza, non possono fare altrimenti; in altri casi il datore di lavoro, anche se sono in regola con il permesso di soggiorno, non li assume comunque. E così, per come è stata concepita l’ultima legge italiana sull’immigrazione, detta Bossi-Fini dai nomi dei suoi primi firmatari (che all’ingrosso dice che se non si ha un lavoro regolare per un po’ di tempo si finisce per perdere il permesso di soggiorno), dopo un po’ diventano anche loro irregolari. Talvolta i lavoratori stranieri sono incentivati più degli italiani, che pure lo fanno, ad accettare il lavoro “grigio”, regolarizzato solo per una parte dell’orario: anche perché ad alcuni stranieri non interessa la regolarità dei contributi previdenziali (quelli che paga il datore di lavoro), dato che pensano di tornare al loro paese d’origine, e non di riscuotere la pensione qui (tra l’altro quelli che pagano contributi solo per pochi anni ci regalano un bel po’ di soldi che rimangono nelle casse dell’INPS – un meccanismo previdenziale che funziona come una specie di Robin Hood alla rovescia, che toglie agli stranieri poveri per dare agli italiani un po’ meno poveri).
La seconda frattura riguarda la divisione tra Nord e Sud Italia, e su questa possiamo essere più rapidi. Gli stranieri sono soprattutto al Nord: i disoccupati italiani sono soprattutto al Sud. Ognuno di noi conosce dei disoccupati, o delle persone che non riescono a trovare lavoro, anche al Nord. Ma i numeri ci dicono che alcune province del Nord hanno una disoccupazione paragonabile a quella della Germania, anche se non lo sanno. Questa differenza tra tassi di disoccupazione e presenza di stranieri (le aree con più disoccupati non sono quelle con più immigrati, e viceversa) è la dimostrazione che gli uni non tolgono il lavoro agli altri. Salvo, come detto, nei settori meno qualificati del mercato del lavoro.
La terza frattura è invece generazionale. I giovani italiani, oltre che essere di meno, sono più scolarizzati degli italiani che vanno in pensione. Quindi non sostituiscono se non in parte il lavoro di costoro. Solo il 30% dei nati nel 1950 che va in pensione ora, ha studiato oltre il livello delle medie inferiori. Mentre sono oltre l’80% tra i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro, nati nel 1995. Per ogni cinque lavoratori poco istruiti che vanno in pensione, dunque, solo un giovane poco istruito cerca di entrare nel mercato del lavoro. Per cui a sostituire i posti di lavoro per persone poco istruite vanno gli stranieri. E i giovani italiani con un titolo di studio più alto si mettono in coda per andare a lavorare all’estero. La tragedia – che è un costo economico enorme, oltre che umano e sociale, per l’Italia – è che non ci sono abbastanza posti di lavoro per persone più istruite, che pure formiamo, spendendo risorse ingenti; o non hanno salari abbastanza interessanti.
Ma, va detto, si va via anche, più spesso di quanto non si dica, per ragioni culturali, diciamo così: dalle ricerche sui giovani italiani all’estero – a Berlino, per esempio (una città in cui, su tre milioni e mezzo di abitanti, i tedeschi sono solo due milioni) – emerge che una parte di essi sbarca appena il lunario, e spesso sono aiutati dalle famiglie rimaste in Italia, ma non hanno alcuna intenzione di rientrare. Hanno scoperto un mondo differente, aperto, interessante, capace di accettare le diversità (culturali, etniche, sessuali, ecc.) e integrarle, cosmopolita, vivace, meritocratico, dove l’ascensore sociale funziona (cioè si può sperare di cambiare classe sociale grazie al proprio impegno), e lo trovano più attrattivo del luogo di partenza. La scoperta della diversità culturale alle volte produce di questi effetti: che finisce per interessarci e piacerci. Del resto, sapete quanti sono gli studenti italiani che, partiti per l’Erasmus, finiscono per sposare un o una partner di nazionalità diversa? Più di uno su tre. Vuol dire che la diversità non sempre fa paura: ad alcuni piace così tanto che se la sposano...

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