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Il dolore innocente: una comunità chiamata a condividerlo

5 Novembre 2026

Nella serata di ieri abbiamo avuto come ospite Marco Eugenio Brusutti, presbitero della Diocesi di Trieste, sociologo e bioeticista, da molti anni impegnato accanto ai malati e alle loro famiglie, in particolare nel campo dell’oncoematologia pediatrica e delle cure palliative.  Il titolo scelto per la relazione – “Il dolore innocente. La comunità chiamata a condividerlo” – ha subito indicato il cuore dell’incontro: non tanto cercare una spiegazione teorica alla sofferenza, quanto interrogarsi su come stare accanto a chi soffre, soprattutto quando il dolore colpisce un bambino, una famiglia o una persona che non trova alcuna ragione per ciò che sta vivendo.

Dopo una breve introduzione di rito, don Brusutti entra subito nel vivo della relazione, affrontando senza esitazioni un tema che generalmente preferiamo evitare: il nostro rapporto con la morte e la sofferenza,  temi che la società contemporanea tende sempre più a rimuovere, quasi fossero argomenti tabù. La morte ci spaventa perché ci pone davanti alla nostra fragilità e al limite della nostra esistenza. Preferiamo allora non parlarne, allontanare il pensiero del dolore, talvolta persino evitare chi lo sta vivendo. È un atteggiamento spesso inconsapevole, una forma di difesa dalla paura e dal senso di impotenza. Ma proprio questo tentativo di proteggerci dalla sofferenza rischia di produrre una conseguenza dolorosa: lasciare solo chi soffre, nel momento in cui avrebbe maggiore bisogno di vicinanza. Don Brusutti ci invita a superare questa paura, a non distogliere lo sguardo e ad accettare che la sofferenza, pur non potendo sempre essere eliminata, possa essere condivisa. Perché la vera solidarietà comincia proprio quando troviamo il coraggio di restare accanto all’altro, anche quando non sappiamo cosa dire o cosa fare.

Il dolore innocente mette infatti in crisi ogni risposta semplice. È il grande interrogativo che attraversa anche il libro di Giobbe: l’uomo giusto colpito dalla sofferenza rifiuta l’idea che il male possa essere spiegato come conseguenza di una colpa. Don Brusutti ricorda proprio come Giobbe protesti la propria innocenza e come il testo biblico non offra una soluzione razionale, ma ci consegni l’esperienza umana della malattia, della fragilità e del limite. La risposta cristiana non cancella il mistero, ma introduce una presenza: quella di un Dio che entra nella sofferenza dell’uomo e non lo abbandona.

Da qui nasce il tema centrale della serata: la comunità non è chiamata a spiegare il dolore, ma a condividerne il peso. La sofferenza diventa ancora più dura quando viene vissuta nell’isolamento:  la malattia, esperienza inevitabile della condizione umana, può diventare disumana quando è accompagnata dall’abbandono, mentre la cura e la compassione restituiscono dignità e relazione. È una prospettiva che riguarda tutti: il malato, i familiari, il medico, l’operatore sanitario, il volontario, l’amico, la comunità civile e quella religiosa.
“Accompagnare” è stata quindi una delle parole chiave dell’incontro. Non significa necessariamente trovare le parole giuste, e neppure offrire soluzioni che spesso non esistono. Significa prima di tutto esserci. Don Brusutti lo descrive con un’espressione particolarmente efficace: saper stare accanto a chi attraversa l’angoscia della malattia e del morire. È una presenza che non invade e non pretende di eliminare il dolore, ma impedisce che alla sofferenza si aggiunga la solitudine. Consolare, in questa prospettiva, significa letteralmente essere con chi è solo.

Questa vicinanza assume un significato particolare nell’ambito delle cure palliative. La legge italiana n. 38 del 2010 riconosce il diritto di accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, ma la cura non può essere ridotta alla sola dimensione clinica. Quando non è più possibile guarire, resta sempre possibile prendersi cura. Al sollievo dei sintomi devono affiancarsi il sostegno psicologico, sociale e spirituale, nel rispetto della storia, delle convinzioni e della sensibilità di ciascuno.

Il tema conduce inevitabilmente anche al limite della medicina. La straordinaria crescita delle possibilità scientifiche e tecnologiche ha permesso risultati un tempo impensabili, ma non può trasformare la medicina in una promessa di onnipotenza. Arriva un momento in cui il limite deve essere riconosciuto, evitando che il tentativo di prolungare la vita si trasformi in accanimento terapeutico.  Il relatore richiama la complessità della materia, nella quale si intrecciano aspetti medici, giuridici, etici e morali, indicando come punti centrali la dignità della persona, l’autonomia del paziente e la compassione verso chi affronta l’ultima fase della vita.

Un altro tema emerso con forza è quello della tenerezza, che non va confusa con debolezza o sentimentalismo. La tenerezza non è la virtù dei deboli ma, al contrario, denota forza d’animo e capacità di attenzione. È una definizione che si adatta bene anche al rapporto con la sofferenza: avvicinarsi a chi sta male richiede coraggio, perché significa accettare di entrare in una situazione che non possiamo controllare e nella quale siamo costretti a confrontarci anche con la nostra fragilità.
Particolarmente intenso è stato il richiamo alle famiglie, perché la malattia grave non riguarda mai soltanto il paziente. La sofferenza si allarga ai genitori, ai fratelli, ai coniugi, a chi accompagna e, dopo la perdita, deve ricostruire la propria quotidianità.

Don Brusutti ha ricordato l’esperienza maturata accanto a tanti bambini e ragazzi, tra cui la storia di Alberto, quindicenne gravemente malato, il cui pensiero non era rivolto soltanto a sé stesso ma soprattutto alla paura che la propria famiglia non riuscisse a reggere un nuovo lutto. Una testimonianza che rovescia la prospettiva: anche chi soffre può continuare ad amare, preoccuparsi degli altri e lasciare una traccia capace di orientare chi resta.

Proprio per questo il lutto non può essere considerato una vicenda esclusivamente privata. La comunità è chiamata a non scomparire dopo la morte, quando spesso terminano le visite, le telefonate e l’attenzione. Restare accanto significa aiutare chi ha perso una persona amata a custodirne la memoria senza rimanere imprigionato nel dolore, riconoscendo che il legame può assumere una forma diversa ma non per questo priva di significato.
La relazione di don Marco Eugenio Brusutti ha lasciato così una domanda che riguarda direttamente anche una realtà di servizio come la nostra: che cosa possiamo fare davanti al dolore che non sappiamo spiegare e che non possiamo eliminare?
La risposta emersa nel corso della serata è semplice solo in apparenza: esserci. Con discrezione, competenza, rispetto e continuità. Una comunità autentica si riconosce anche da questo: dalla capacità di non voltarsi altrove quando incontra la fragilità e di trasformare la compassione in presenza concreta.
Perché, davanti al dolore innocente, condividere non significa avere tutte le risposte; significa fare in modo che nessuno debba portare da solo il peso della propria sofferenza.

Il progetto O.A.S.I.: un hospice pediatrico per il Friuli Venezia Giulia

L’impegno di don Marco Eugenio Brusutti trova concreta espressione anche nell’attività della Fondazione Brusutti, che, insieme all’Associazione Maruzza Friuli Venezia Giulia ETS, sostiene il progetto O.A.S.I., destinato al futuro hospice pediatrico regionale presso l’IRCCS Burlo Garofolo di Trieste. La struttura, attualmente in fase di realizzazione, disporrà di quattro camere indipendenti, concepite per accogliere i bambini affetti da malattie inguaribili e consentire la vicinanza dei familiari. Particolarmente innovativo è il progetto di utilizzare tecnologie immersive e realtà virtuale per trasformare gli ambienti di degenza in spazi capaci di suscitare emozioni positive, alleviando ansia, stress e dolore. A sostegno dell’iniziativa, lo scorso 12 settembre 2026, la Fondazione ha promosso, insieme agli altri organizzatori, il Gran Ballo della Tenerezza, una serata benefica presso il Grand Hotel Duchi d’Aosta di Trieste, che ha visto la partecipazione di quasi 400 persone. Un’iniziativa che traduce in un progetto concreto il principio tanto caro a don Brusutti: quando non è possibile guarire, è sempre possibile prendersi cura, offrendo ai bambini e alle loro famiglie non soltanto assistenza sanitaria, ma anche accoglienza, sollievo e qualità della vita.

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