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“L’AI non pensa (ma funziona!)”

2 aprile 2026

Abbiamo avuto l’onore di ospitare il professor Leonardo Felician, docente di Data Analytics for Finance and Insurance presso la MIB Trieste School of Management. Il professor Felician ha tenuto una relazione dal titolo “L’AI non pensa (ma funziona!). Una riflessione critica sul funzionamento dell’intelligenza artificiale”, offrendo una prospettiva che va oltre le semplificazioni più comuni: da un lato, l’entusiasmo acritico per una tecnologia che sembra promettere soluzioni miracolose; dall’altro, la paura indistinta di una macchina che potrebbe sostituire l’uomo in ogni ambito.

Il relatore ha sottolineato come tendiamo ad attribuire all’intelligenza artificiale categorie tipicamente umane, mentre il suo funzionamento reale è radicalmente diverso. Non siamo di fronte a una “mente” nel senso tradizionale, ma a sistemi in grado di produrre risultati efficaci su una scala senza precedenti. In questo contesto, il richiamo alle origini teoriche del dibattito, a partire da Alan Turing, non è solo un esercizio storico: serve a ricordarci che la domanda “Le macchine pensano?” è meno rilevante rispetto a “Che cosa sanno fare, come lo fanno e con quali conseguenze?”.

Un momento cruciale è stato nel 2017, l’introduzione dell’architettura dei transformer, basata sul meccanismo della self-attention e resa celebre dal lavoro “Attention Is All You Need”, ha segnato un punto di non ritorno. Da allora, i modelli di linguaggio hanno compiuto un salto di qualità e di scala, rendendo obsolete molte delle strade precedenti. Non perché questi modelli “capiscano” il mondo come lo intendiamo noi, ma perché sono in grado di gestire il contesto, associare sequenze simboliche e prevedere la parola successiva con una potenza e una precisione impressionanti.

Il professor Felician ha poi evidenziato la dimensione economica e industriale dell’intelligenza artificiale, oggi al centro di investimenti colossali. Aziende come Nvidia sono diventate simbolo di questa nuova infrastruttura tecnologica, poiché senza capacità di calcolo, chip specializzati ed energia, la rivoluzione dell’AI semplicemente non potrebbe esistere. La questione, quindi, non riguarda solo i software che utilizziamo, ma l’intera filiera materiale che li sostiene: dati, calcolo, reti, consumi energetici e piattaforme.

Particolarmente interessante è stato il passaggio sulle applicazioni concrete dell’AI generativa, che non si limita più ai chatbot, ma si sta integrando sempre di più negli strumenti che usiamo quotidianamente: dai programmi di produttività ai portali di servizi, dalla sanità alla previdenza, dai fogli di calcolo alla traduzione automatica. Il vero cambiamento, quindi, non consiste solo nell’avere una macchina a cui porre domande, ma nel fatto che l’intelligenza artificiale sta diventando parte integrante degli ambienti di lavoro e dei processi ordinari, rendendosi sempre più invisibile e, proprio per questo, ancora più incisiva.

L’intelligenza artificiale è una tecnologia potentissima, già in grado di modificare profondamente il lavoro, la conoscenza e l’organizzazione sociale. Proprio per questo, richiede competenza, vigilanza, regole e, soprattutto, una cultura critica adeguata.

In definitiva, il tema non è stabilire se l’AI “pensi” davvero come noi. Il punto è che funziona già abbastanza bene da incidere profondamente sulle nostre vite. Quando una tecnologia funziona, si diffonde; quando si diffonde, cambia gli equilibri; quando cambia gli equilibri, impone una responsabilità collettiva. Il vero nodo non è temere la macchina in sé, ma impegnarsi, noi per primi, a pensare meglio di quanto facciamo oggi.

Il relatore ha citato tra i massi mi esperti di I.A. Nello Cristianini, informatico e scrittore italiano, professore di Intelligenza artificiale presso l’Università di Bath, che ha recentemente pubblicato il libro “Sovraumano”.

Sovrumano di Nello Cristianini parte da un dato certo: in diversi compiti specifici le macchine hanno già superato l’uomo. Il libro non insiste tanto sulla domanda classica “le macchine pensano?”, quanto piuttosto su un’altra, più destabilizzante: che cosa accade quando l’intelligenza artificiale diventa migliore di noi in attività che consideravamo tipicamente umane? Cristianini ricostruisce questa traiettoria con esempi precisi, dal riconoscimento visivo al gioco del Go fino alla previsione della struttura delle proteine, mostrando che il sorpasso non è un’ipotesi remota, ma un processo già in corso.

Il punto centrale del libro è però un altro: l’intelligenza umana non coincide con il limite massimo dell’intelligenza possibile. Per questo l’autore invita a distinguere tra intelligenza, coscienza e umanità. Una macchina può diventare cognitivamente “sovrumana” senza per questo essere umana nel senso pieno del termine.

Ed è qui che il discorso si collega bene a Felician: anche per lui l’AI non va mitizzata come una mente simile alla nostra. Non pensa come noi, ma funziona in modo sempre più efficace. Proprio per questo va compresa con lucidità, senza illusioni e senza semplificazioni.

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