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La libertà di stampa

29 novembre 2018
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Pierluigi Sabatti con Raffaele Oliva

Pierluigi Sabatti, giornalista, scrittore, autore teatrale, appassionato di storia e Presidente del Circolo della Stampa di Trieste ci ha onorato della sua presenza con una conversazione dal titolo “Chi mette in pericolo la libertà di stampa?”. Molti gli spunti di riflessione e conseguentemente molte le domande da parte dei presenti, che hanno trovato esaurienti risposte.

Definizione di libertà di stampa: Nella dottrina dello Stato costituzionale, liberale e democratico, la libertà di stampa rappresenta una delle manifestazioni fondamentali della libertà individuale. Essa, oltre a consentire la libera espressione del pensiero e quindi il dibattito pubblico su qualsiasi argomento, permette anche ai cittadini di ‘controllare’ l’operato del potere. Nella Costituzione italiana è garantita dall’art. 21, 1° comma: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”  (Enciclopedia Treccani).

Di seguito il testo dell’intervento di Pierluigi Sabatti.

CHI METTE IN PERICOLO LA LIBERTA’ DI STAMPA? 

Non è certamente qualche insulto a mettere in pericolo la libertà di stampa. Noi giornalisti siamo abituati agli insulti, alle contumelie, alle minacce, agli editti di proscrizione.    Certo il linguaggio è andato peggiorando in questi ultimi decenni da quando sono stati sdoganati termini come “casino” “vaffa” e via discorrendo che oggi fanno parte del linguaggio comune

Ma i veri nemici della libertà di stampa sono nell’ordine:

  1. la rete
  2. gli editori impuri
  3. lo sfruttamento selvaggio

1) Cominciamo dalla rete e dal monito di Umberto Eco: “Legioni di imbecilli hanno lo stesso spazio di un Premio Nobel”.  Ma soprattutto dobbiamo renderci conto che proteggendosi dietro l’anonimato i fruitori si sentono autorizzati a dire tutto quel che passa loro per la testa.

La velocità del messaggio poi fa sì che non ci sia una riflessione, i tweet (da Trump in giù) che ci avvelenano l’esistenza molto spesso non hanno dietro un ragionamento, un pensiero, ma sono sfoghi con quel che ne consegue.

Però l’aspetto più grave, che distingue questo tipo di informazione, da quella tradizionale è l’ASSENZA DEL GIORNALISTA. Il giornalista svolge nei media tradizionali, bene o male, non faccio valutazioni quelle le fanno i lettori o gli ascoltatori o i telespettatori, un’attività di MEDIAZIONE culturale fondamentale. Spiega le notizie, rivela quali sono le sue fonti (dove può farlo senza pericolo per sé o per le fonti stesse), distingue le proprie opinioni dai fatti, da la possibilità all’opinione pubblica di informarsi correttamente e di formarsi.   Che poi anche in questi ambiti vi siano delle storture, delle disonestà, delle deviazioni non ci sono dubbi. Ma se prendete in mano un giornale sapete che l’informazione è stata vagliata e controllata, se andate su un sito non sapete se ciò è stato fatto. Ed è a vostro rischio e pericolo trarre conseguenze da quanto leggete.

2) In Italia non abbiamo editori che facciano soltanto qesto mestiere. Se tralasciamo i giornali in cooperativa o gestiti dai giornalisti come ”Il Manifesto” o “Il Fatto Quotidiano” o qualche piccola realtà locale gli altri giornali e periodici appartengono a personaggi che fanno altro nella vita, come il finanziere De Benedetti (gruppo Repubblica), come la Fiat (Stampa e Corriere), come gli Angelucci, i re delle cliniche e delle case di riposo proprietari del Tempo di Roma, di Libero e di varie testate locali del centro Italia. Come Silvio Berlusconi che, a differenza degli altri, sui media televisivi ha costruito la sua fortuna, avviata con altre attività e che, per salvare l’impero mediatico, è entrato in politica.

Potete immaginare che questi giornali e questi mass media pubblichino qualcosa che turbi gli affari dei padroni?

3) Che libertà di stampa possono poi sentire il 65,5% dei 50 mila giornalisti italiani privi di contratto e di qualsiasi forma di tutela. Dal ’97 al 2015 in questo settore il lavoro autonomo è cresciuto del 760%. Inoltre 8 precari su 10 guadagnano meno di 10 mila euro lordi l’anno.

Come vogliamo chiamare questa situazione se non sfruttamento selvaggio e come pensiamo che questi precari possano lavorare con serenità, avendo il tempo per controllare, approfondire e valutare quello che scrivono? Se per sopravvivere devono assicurare un numero esagerato di pezzi al giorno?

Questa realtà viene ad avvilire il ruolo dei quotidiani cartacei e dei piccoli media. Ecco perché si perdono copie. Certo le tecnologie hanno fortemente penalizzato la stampa cartacea, però l’offerta di un’informazione più corretta e approfondita potrebbe contrastare questa crisi, potrebbe quanto meno arginarla.   Qui non è stato sufficiente l’intervento delle istituzioni dei giornalisti italiani: parlo dell’Ordine e del Sindacato. Ma soprattutto del primo, che non è riuscito a costituire un autentico argine a tutela della categoria da un lato, ma anche a sanzionare i comportamenti scorretti, non parlo di illeciti perché quello è il campo in cui agisce la magistratura, ma la scorrettezza, la violazione dell’etica professionale quelle sì che devono essere tutelate con maggior fermezza, anche se, va detto che l’Ordine con la serie di Carte deontologiche (come quella di Treviso sui minori) varate in questi anni ha tentato di regolamentare il nostro mestiere riempiendo i vuoti legislativi.

Ecco l’altra questione: i vuoti legislativi. Ne sottolineo uno:  il fatto che si consentano le querele ad libitum. Le cosiddette querele temerarie, senza alcun fondamento ma che hanno il potere di bloccare, ad esempio, un’inchiesta scomoda.

Riguardo a un altro problema, il precariato, il Sindacato tenta da anni di porre rimedio ad esempio proponendo l’equo compenso.

Temo però che in una fase di così forte contrasto politico sarà difficile che i politici diano una risposta soddisfacente a queste esigenze.

E ci ritroviamo con un’informazione “malata”.   

Pierluigi Sabatti

Per coloro che fossero interessati all’argomento si propone un passo tratto dal libro  “Poteri forti (o quasi)” di Ferruccio De Bortoli, Editore: La nave di Teseo, 2017

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